Lallarallallì Lallarallallà

Pubblicato il 22 dicembre 2009

lallaQuest’anno, il Gruppo Teatrale “La Ribalta” si misura con una delle prime opere di successo del maestro partenopeo. Uomo e Galantuomo è ancora una farsa legata alla tradizione, ma contiene già tutti gli elementi che diventeranno, di lì a poco, caratteristici del teatro di Eduardo. Per ricordare Eduardo, a venticinque anni dalla morte, potevamo scegliere sicuramente un altro testo, ma il nostro vuole essere un omaggio al suo immenso talento. Per far questo, portiamo in scena l’opera giovanile che, negli anni venti, battezzò Eduardo al grande pubblico napoletano. La commedia venne scritta originariamente da Eduardo per il fratellastro Vincenzo Scarpetta nel 1922 (anche se il manoscritto porta una data postuma, ovvero il 1926) e messa in scena nel 1924 con il titolo Ho fatto il guaio? Riparerò!. Il 23 febbraio 1933 la commedia viene rappresentata dalla compagnia di Eduardo Teatro Umoristico “I De Filippo” con il titolo definitivo di Uomo e galantuomo. L’opera è inserita dall’autore ne “La cantata dei giorni pari” che comprende testi di teatro da rivista e atti unici scritti per lo più, dopo l’incontro con Pirandello. I “giorni pari” sono intesi come quelli fortunati, differenziandoli da quelli negativi, dove va tutto storto, i “dispari”, come si dice a Napoli.

Uomo e Galantuomo si inserisce in un momento storico molto importante: il teatro, soprattutto quello napoletano, stava cambiando volto. Infatti, negli anni venti nasce una forte polemica: la critica tendeva a legittimare un Teatro d’arte serio e dai contenuti più rigorosi, a dispetto di un genere  teatrale fatto d’improvvisazione e di lazzi del capocomico. Eduardo proprio con quest’opera vuole smentire quanto scritto dalla critica. Addirittura, per prendersi gioco delle “opere serie” inserisce, all’interno della commedia, un dramma di Libero Bovio e lo fa massacrare dagli attori della compagnia durante una prova improvvisata nella hall dell’albergo. Questo a riprova che il teatro napoletano, dunque dialettale, poteva avere il suo spazio e la sua dignità anche se il panorama nazionale italiano si standardizzava su stereotipi seri e rigorosi. La commedia riprende un genere teatrale nato a Parigi nel XIX secolo: la pochade, impiantata su di una struttura a canovacci, tipica della Commedia dell’Arte, con colpi ad effetto e storie basate su triangoli amorosi. Nella fattispecie, il triangolo amoroso principale è composto da Alberto De Stefano (amico di Vincenzino e ricco giovane che si prende l’onere di ospitare a Bagnoli una compagnia di attori scalcagnati, per alcune recite), Bice (sua amante) e Carlo Tolentano (conte e rappresentante della Napoli bene di quegli anni). A rendere comica tutta l’opera è proprio la presenza della compagnia “La Eclettica”. Don Gennaro ne è il capocomico e con le sue trovate e i suoi racconti concede all’opera la vena comica tipica del teatro eduardiano.

L’elemento principale su cui si basa la commedia dal secondo atto alla fine è la pazzia, che in questa sede diventa l’unica via di uscita da situazioni incresciose e da “responsabilità che non si possono sostenere fino in fondo”. La scena madre di tutta la commedia è sicuramente quella delle prove. La compagnia di attori, con a capo Don Gennaro, deve mettere in scena un nuovo dramma per lo spettacolo della sera. Ricca di trovate comiche è sicuramente uno dei passaggi più esilaranti. La caratteristica prima di questi trenta minuti è: il tormentone. Una frase detta una prima volta e poi ripetuta più volte tanto da diventare conosciuta al pubblico e quasi attesa. Infatti “nzerra chella porta” ne è il primo esempio; il vero e proprio tormentone rimane però: “Lallarallallì lallarallallà” e “Io tengo una buatta”. Don Gennaro, per spiegare la situazione disagiata dei comici della compagnia, spiega a chiunque che per mangiare si è fatto costruire una “buatta” (fornello) la quale sarà la causa della sua disgrazia. Proprio durante la prova, che è tipica di un teatro che si rifà alla Commedia dell’Arte (ovvero improvvisato, quasi tutto a soggetto), viene affrontata la problematica del passaggio dal linguaggio scritto a quello orale. In poche parole, il suggeritore della compagnia “La Eclettica” cerca, attraverso l’imposizione di quanto scritto sul copione, di indirizzare il recitato di don Gennaro (capocomico). È in questo momento che la letteratura del copione perde di significato, viene ridicolizzata. Il linguaggio orale (l’improvvisazione) diventa protagonista assoluto. Questa “rivoluzione” caratterizzerà la maggior parte delle opere di Eduardo.